L'Ebreo come Diverso

La persecuzione antisemita in Italia

b. Introduzione

Introduzione

Il problema della memoria si configura, oggi, come centrale ai fini della costruzione della coscienza civile. Nel caso della persecuzione antisemita si tratta, appunto, di non dimenticare, a partire dalla comprensione delle ragioni profonde che consentirono il genocidio degli ebrei attraverso il sistema dei lager, la genesi, insomma, dei crimini totalitari.
La memoria diventa uno strumento importante per riflettere sul nesso inscindibile tra nazismo e lager, sul salto di qualità che caratterizza la Shoah rispetto alle tradizionali forme della persecuzione antisemita.

Il nazismo è quindi da intendersi come sistema di “spostamenti di popolazione e deportazioni” nell’ambito di un progetto di totale dominio dell’uomo sull’uomo: per l’ebreo, lo slavo, lo zingaro, l’omosessuale, la morte nel forno crematorio concludeva un itinerario che era non soltanto di vessazione fisica e morale, ma anche di sfruttamento economico.

La voce dei sopravvissuti si fa sempre più flebile e per i più giovani essa tende a diventare muta. La trasmissione della memoria tra generazioni diverse appare spesso un problema insormontabile nella miriade di linguaggi frammentati della società contemporanea.

Il problema si configura quindi in termini di memoria pubblica e ciò rimanda al ruolo che le istituzioni, in primo luogo la scuola, possono e devono svolgere per favorire una conoscenza del passato che si combini con lo sviluppo della coscienza civile.

Ciò appare tanto più urgente in quanto il tema del razzismo, di cui l’antisemitismo costituisce un esempio, è un filo che collega tutta la storia del Novecento e si ripropone con drammatica attualità. Il razzismo è infatti un elemento forte della cultura dell’intolleranza che ha sorretto ed alimentato la pratica del genocidio.

Il discorso riguarda anche l’Italia, attraversata oggi da processi di immigrazione che hanno reso frequenti ed espliciti i casi di violenza contro il diverso, sia esso l’immigrato di colore che il profugo polacco o albanese.

Si è posto perciò il problema di indagare le radici di tale cultura; ciò ha richiesto, in primo luogo, la necessità di riflettere su uno stereotipo consolidato come quello di Italiani, brava gente, che a lungo ha sedimentato costruendo un’immagine consolatoria e rassicurante delle virtù nazionali. Il razzismo ha attraversato la storia della società italiana informe che sono rimaste in qualche modo sotterranee. Nel caso dell’antisemitismo inoltre c’è da aggiungere che la comunità ebraica, numericamente contenuta, ebbe un alto grado di integrazione nella società nazionale.

L’identità ebraica non veniva percepita in contraddizione con quella italiana o, addirittura, era vissuta come elemento secondario. Ricorda Primo Levi: “Non mi era importato molto di essere ebreo; dentro di me e nei contatti con i miei amici cristiani avevo sempre considerato la mia origine come un fatto pressoché trascurabile ma curioso, una piccola anomalia allegra, come chi abbia il naso storto o le lentiggini… un ebreo è uno che a Natale non fa l’albero, che non dovrebbe mangiare il salame ma lo mangia lo stesso, che ha imparato un po’ di ebraico a tredici anni e poi lo ha dimenticato… ” (Il sistema periodico, 1975).

A far da freno ai processi di assimilazione, però, vi è stata la lunga influenza della chiesa cattolica per la quale gli ebrei continuavano ad essere il popolo deicida. E tale elemento era destinato a rafforzarsi durante il fascismo, di fronte all’introduzione delle leggi razziali e durante la vera e propria fase persecutoria. Il pregiudizio antisemita si coniugò però con la ramificata solidarietà che il clero cattolico diede, dopo 1’8 settembre 1943, agli ebrei nascondendoli nelle chiese, nei conventi e in mille altre forme.

Sui temi del razzismo vi è stata di recente una feconda produzione di strumenti di divulgazione storiografica.

Penso alle due mostre: “La menzogna della razza”, che ha analizzato le diverse forme del razzismo fascista e “La Gioconda di LVOV”, che ha suggerito un nesso interessante tra immagine e testo.
Penso al recente volume Un percorso della memoria, che elabora un quadro comparato delle persecuzioni naziste in Italia, e propone itinerari didattici, a partire dai luoghi della memoria.

La mostra documentaria “L’ebreo come diverso. La persecuzione antisemita in Italia” s’inserisce come una piccola tessera nel progetto di costruzione della coscienza civile. Essa si articola in cinque blocchi tematici:

– la configurazione della comunità ebraica prima delle leggi razziali e il suo rapporto con la storia d’Italia;

– l’ambivalenza di Mussolini verso gli ebrei e la disamina delle leggi razziali;

– la persecuzione antisemita: deportazioni e campi di transito e di internamento;

– i comportamenti della popolazione italiana e le opzioni degli ebrei perseguitati, tra cui, in primo luogo, la scelta partigiana;

– il problema della memoria attraverso la disamina del caso Priebke.

L’ICSR attraverso questo strumento didattico intende sollecitare lo studio dell’antisemitismo in Italia nell’ambito di una più ampia riflessione sulla storia del Novecento tesa a favorire lo sviluppo di una cultura della pace.

G.C.

Nella versione digitale della mostra non sono riportate alcune immagini dei documenti riprodotti nei pannelli presso l’Istituto.